Chi ama inventa soluzioni!

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Chi ama inventa soluzioni!

Anticipiamo la pubblicazione di un articolo che ritroveremo sul prossimo numero di Communio, foglio di informazione interna del nostro Seminario. Quando abbiamo proposto a padre Franco Beneduce sj di scrivere un articolo avente per oggetto la frase che da anni ripete come un mantra a noi seminaristi (“Chi ama inventa soluzioni”), non immaginavamo cosa sarebbe successo di lì a poco. Ci riferiamo al gesto del Cardinale Elemosiniere Konrad Krajeski, del quale si sono date diverse interpretazioni: atto di disobbedienza civile, opera di misericordia, gesto profetico o semplicemente reato? Ascoltiamo a tal proposito la voce del nostro rettore. Ringraziamo inoltre don Giovanni Berti, in arte Gioba (www.gioba.it), per aver realizzato questa stupenda vignetta appositamente per noi. 

 

Chi ama inventa soluzioni! 

 

L’era digitale, con i suoi computer e smartphone, permette di essere in comunicazione con tutto il mondo a costo zero, o quasi e in ogni momento, l’essere connessi con chi vogliamo. I vantaggi sono indubbi, ma dietro l’angolo c’è il pericolo reale di disimparare nel tempo, l’empatia, l’altruismo, la responsabilità, la collaborazione, che è un frutto delle relazioni umane.

La rappresentazione della realtà, non è la realtà, è vero! Ma, se la mente e il cuore si nutrono più di immagini, che di incontri, il rischio c’è. Gli algoritmi dei “social” poi, ci selezionano gli argomenti che ci interessano, le persone che ci fa piacere incontrare, le pubblicità di viaggi, sport, abbigliamento, ecc., più affini alle nostre abitudini, opinioni e orientamenti, facendoci ripiegare sempre di più in noi stessi. Si esige allora la necessità di avere spazi maggiori di consapevolezza e di responsabilità, perché la trappola del solipsismo è un pericolo a cui siamo esposti tutti.

Confrontandosi realmente nelle relazioni, dialogando tra diversi, discutendo, dibattendo, può emergere la creatività, l’inedito, il gusto e la bellezza di fare cose insieme, rilanciando e facendo crescere il legame sociale, evitando così le semplificazioni della complessità sociale.

Quando siamo di fronte ad eventi, fatti di cronaca o tragedie, piccole o grandi, spettacolarizzate dalle TV o dai social, tali fatti possono lasciarci indifferenti o deprimerci; oppure, spesso danno l’occasione di disputare sui massimi sistemi, improvvisandoci “esperti e sapienti”. Ci si prodiga in suggerimenti e sentenze a buon mercato, ricorrendo talvolta anche all’insulto, verso chi la pensa diversamente. Il rischio però, è quello di credere di prendere parte ai dibattiti, ai processi di cambiamento, dai “social”.

Non dimentichiamo allora il monito di Papa Francesco che “la realtà è superiore all’idea” (Evangelii Gaudium, 231-233). Il contatto, la conoscenza diretta di persone e situazioni, induce a sentimenti di tutt’altro sapore e intensità, a decisioni e scelte.

Un esempio è stato nei giorni scorsi il Cardinale Elemosiniere Konrad Krajeski, che si è calato nel tombino e ha risolto quella che stava per diventare un’emergenza sanitaria per decine di persone. L’iniziativa, ovviamente è stata letta e commentata in diversi modi, sia fuori, e anche dentro la chiesa (sui social e i media), con il clamore abituale di circostanza. Alcuni hanno avuto da ridire.

In realtà, Don Konrad, dopo aver richiesto l’intervento, senza esito, delle autorità competenti, si è spinto a tale decisione, sapendo che il prolungarsi della situazione avrebbe rappresentato un pericolo per le persone che vivono nello “Spin Time” a Roma, tra le quali tanti bambini, non potendo mangiare un pasto caldo, lavarsi, usare i servizi igienici, ecc., con pericolo per la loro salute e quelle del quartiere.

Premesso che le leggi vanno rispettate da tutti, ed è un principio dal quale non ci si può discostare con superficialità e\o irresponsabilità, è altresì importante considerare che lo stesso “diritto” che ispira le leggi che regolano la convivenza della comunità civile italiana, distingue tra “giustizia” e “leggi”, ammette circostanze di deroga. Il Codice Penale italiano, e al n.54, infatti, tratta dello “stato di necessità” e prevede la possibilità di cause scriminanti ed esimenti.

Può esserci utile un piccolo esempio. Se una persona avvertisse un malore e io nell’andare in ospedale, superassi i limiti di velocità -fatto salvo il principio di tutela per gli altri che stanno per strada-, lo stato di necessità mi spinge a derogare. Forse, mi viene sospesa la patente, ma tra i due beni non c’è proporzione. E, se la persona fosse della mia parrocchia, o mia madre, o mio fratello…esiterei a fare così?

Senza ricorrere a casi estremi come quelli accennati, né tantomeno legittimare le trasgressioni, è importante dirci con franchezza, che quando nelle situazioni siamo implicati noi, o persone a noi care, non indugiamo un solo istante per risolvere problemi. Possiamo discutere, anche in maniera accesa, di problemi e soluzioni, ma attenzione a non far sì che discutere sui “social” non ci abitui a restare a guardare e giudicare, crescendo nell’insensibilità, somigliando a coloro che mentre sono a cena tra amici al ristorante, parlano della fame nel mondo. C’è una sola razza, l’umanità. Ogni uomo è mio fratello!

Al di là degli slogan, per chi si prepara ad essere “pastore” nella chiesa di Dio, è utile esercitarsi a giocarsi sempre di più in mezzo al popolo che gli è stato affidato, a prendersene cura, a portarne i pesi dei problemi e delle domande. “Insomma, tutte le circostanze difficili che gli uomini incontrano sul cammino della fede, vengono fraternamente vissute e sinceramente sofferte nel cuore del presbitero che, nel cercare le risposte per gli altri, è continuamente stimolato a trovarle innanzitutto per sé” (Pastores dabo Vobis, 78). Chi ama inventa soluzioni!

 

 

 

 

 

 

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